C'era una volta, nel cuor dell'inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina che cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice di ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch'ella pensò: ' Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e daincapelli neri come il legno della finestra! ' Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l'ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì.
Dopo un anno il re prese un'altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
E lo specchio rispondeva:
"Nel regno, Maestà, tu sei quella."
Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità; Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
Lo specchio rispose:
"Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più."
La regina allibì e diventò verde e gialla d'invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, cosi che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse:
"Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte". Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando mosse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:
"Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò verso la foresta selvaggia e non tornerò mai più". Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: "Và pure, povera bambina", ' le bestie feroci faran presto a divorarti ' , pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve. Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C'era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Lungo la parete, l'uno accanto all'altro, c'erano sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po' di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo. Poi era cosi stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n'era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò.
A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani che scavavano i minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l'avevano lasciato. Il primo disse: "Chi si è seduto sulla mia seggiolina?" Il secondo: "Chi ha mangiato dal mio piattino?" Il terzo: "Chi ha preso un pò del mio panino?" Il quarto: "Chi ha mangiato un pò della mia verdura?" Il quinto: "Chi ha usato la mia forchettina?" Il sesto: "Chi ha tagliato col mio coltellino?" Il settimo: "Chi ha bevuto dal mio bicchierino?" Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un pò ammaccato e disse: "Chi mi ha schiacciato il lettino?" Gli altri accorsero e gridarono: "Anche nel mio c'è stato qualcuno". Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. "Ah, Dio mio! ah, Dio mio!" esclamarono: "Che bella bambina!" Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormi coi suoi compagni, un'ora con ciascuno; e la notte passò.
Al mattino, Biancaneve si svegliò e s'impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: "Come ti chiami?" "Mi chiamo Biancaneve," rispose. "Come sei venuta in casa nostra?" dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero: "Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimaner con noi, e non ti mancherà nulla." "Si," disse Biancaneve, "di gran cuore". E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d'oro, la sera tornavano, e la cena doveva esser pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l'ammonivano affettuosamente, dicendo: "Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrar nessuno."
Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch'ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
E lo specchio rispose:
"Regina la più bella qui sei tu;
ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."
La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai e si accorse che il cacciatore l'aveva ingannata e Biancaneve era ancor viva. E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché se ella non era la più bella in tutto il paese, l'invidia non le dava requie. Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella, chi compra! chi compra!" Biancaneve diede un'occhiata dalla finestra e gridò: "Buon giorno, brava donna, cos'avete da vendere?" "Roba buona, roba bella," rispose la vecchia, "stringhe di tutti i colori". E ne tirò fuori una, di seta variopinta. ' Questa brava donna posso lasciarla entrare' , pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa. "Bambina," disse la vecchia, "come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve". La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e cosi rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. "Ormai lo sei stata la più bella!" disse la regina, e corse via.
Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l'accaduto, le dissero: "La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; stà in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi."
Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
Come al solito, lo specchio rispose:
"Regina, qui la più bella sei tu;
ma al di là di monti e piani presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."
A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. ' Ma adesso ' pensò, ' troverò qualcosa che sarà la tua rovina '; e, siccome s'intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l'aspetto di un'altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella! Roba bella!" Biancaneve guardò fuori e disse: "Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno." "Ma guardare ti sarà permesso," disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e apri la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: "Adesso voglio pettinarti perbene". La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi. "Portento di bellezza!" disse la cattiva matrigna: "è finita per te!" e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l'ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l'ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa, la regina si mise allo specchio e disse:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
Come al solito, lo specchio rispose:
"Regina, la più bella qui sei tu;
ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più."
A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera. "Biancaneve morirà!" gridò, "dovesse costarmi la vita". Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e cosi passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: "Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l'hanno proibito." "Non importa," rispose la contadina, "le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una." "No," rispose Biancaneve, "non posso accettare nulla." "Hai paura del veleno?" disse la vecchia. "Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca". Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l'osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: "Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l'ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più ".A casa, domandò allo specchio:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
E finalmente lo specchio rispose:
"Nel regno, Maestà, tu sei quella."
Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace per un cuore invidioso.
I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva. Dissero: "Non possiamo seppellirla dentro la nera terra," e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d'oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella.
Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d'oro. Allora disse ai nani: "Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete". Ma i nani risposero: "Non la cediamo per tutto l'oro del mondo." "Regalatemela, allora," egli disse, "non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo". A sentirlo, i buoni nani s'impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le usci dalla gola. E poco dopo ella apri gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. "Ah Dio, dove sono?" gridò. Il principe disse, pieno a gioia: "Sei con me," e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: "Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa". Biancaneve acconsenti andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore. Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:
"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"
Lo specchio rispose:
"Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più."
La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane regina. Entrando, vide che non si trattava d'altri che di Biancaneve e impietrì dall'orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra, morta.
(esistono anche versioni più antiche, fra cui quella di Charles Perrault di circa cento anni prima, senza il cacciatore e lieto fine)
C'era una volta una bambina tanto carina e dolce che solo a vederla, tutti se ne innamoravano, e specialmente la nonna che non sapeva davvero più cosa darle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e poiché le stava tanto bene e lei non voleva mettere che quello, tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso.
Un giorno sua madre le disse: "Vieni Cappuccetto Rosso, qui c'è una bella fetta di dolce e una bottiglia di vino, portali alla nonna. È ammalata e debole e queste cose le faranno bene. Preparati prima che faccia troppo caldo e mi raccomando va piano e sii ben cauta per la tua strada, perché potresti cadere e rompere la bottiglia e per la nonna non resterebbe nulla. E quando arrivi da lei non scordarti di salutarla subito e non metterti, come sei solita, a frugare in ogni angolo." "Farò tutto per bene", promise Cappuccetto Rosso alla mamma, "te l'assicuro." La nonna abitava lontano, nel bosco, a una mezz'ora dal paese. Quando Cappuccetto Rosso giunse nel bosco, incontrò il lupo. Cappuccetto Rosso non sapeva che il lupo fosse un animale cattivo e perciò non aveva paura.
"Buon giorno Cappuccetto Rosso", disse il lupo. "Buon giorno a te", rispose la bambina. "Dove vai Cappuccetto Rosso, così presto di mattina." "Vado dalla nonna." "Cosa porti nascosto sotto il grembiulino?" "Vino e torta. È fresca. L'abbiamo cotta proprio ieri sera, così la nonna che è debole e malata si rinforzerà." "Dove sta la tua nonna?" "A un quarto d'ora da qui, nel bosco; proprio sotto le tre querce, là c'è la sua casetta, e lì vicino c'è un gran cespuglio di noccioli, hai capito dove?"
Il lupo pensò fra sé e sé: ' Questa bambinetta bella morbidina è proprio un bocconcino prelibato per me, sarà certo ancora meglio della vecchia! Se sarai accorto te le mangerai tutte e due '.
Fece un tratto di strada con Cappuccetto Rosso, poi le disse: "Cappuccetto Rosso, guarda che bei fiorelíini, guardati attorno. Mi pare che tu non senta neppure come cinguettano gli uccellini. Te ne stai seria e composta come se andassi a scuola, e qui è tutto così fresco e allegro". Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e vide i raggi di sole che filtravano danzando attraverso gli alberi e quanti bei fiori c'erano e allora pensò: "Se porto un mazzolino di fiori alla nonna, certo le farà piacere. E ancora così presto". Uscì dal sentiero e si inoltrò nel bosco in cerca di fiori. Non appena ne ebbe raccolto uno, là ne vedeva un altro ancora più bello e così correva qui e là e si inoltrava sempre più nel bosco. Il lupo invece se ne filò dritto a casa della nonna e bussò alla porta.
"Chi è?" "Cappuccetto Rosso, ti porto vino e torta, aprimi." "Apriti da sola", disse la nonna, "io sono tanto debole che non posso alzarmi." Il lupo fece leva sulla maniglia, la porta si aprì ed egli entrò senza pronunciare parola. Andò dritto al letto della nonna e d'un boccone se la mangiò. Poi si infilò i suoi vestiti, si mise la sua cuffia, si infilò nel letto e tirò per bene le tendine. Ma Cappuccetto Rosso si era persa dietro a ogni fiore e quando ne ebbe un mazzo che quasi non poteva portare, le venne in mente la nonna, e si mise in cammino per arrivare da lei.
Molto si meravigliò che la porta fosse spalancata e quando arrivò nella stanza tutto le parve così strano e insolito, che pensò: ' Oh mio Dio, che sensazione strana ho oggi, e pensare che di solito vengo così volentieri dalla nonna! '. Allora si avvicinò al letto e scostò le tendine: la nonna era coricata con la cuffia ben abbassata sul viso e aveva uno strano aspetto. "Ehi nonna, che orecchie grandi hai". "Per sentirti meglio." "Ehi nonna, che occhi grandi hai." "Per vederti meglio." "Ehi nonna, che mani grandi hai." "Per afferrarti meglio." "Ma nonna che orrenda boccaccia hai." "Per mangiarti meglio." Appena detto ciò il lupo balzò dal letto e ingoiò la povera Cappuccetto Rosso. Quando il lupo ebbe saziata la sua ingordigia si rimise a letto, s'addormentò e cominciò a russare fragorosamente.
Un cacciatore che passava di là pensò fra sé: ' Come russa la vecchia signora, devo andare a vedere se sta bene '. Entrò nella stube e, quando si avvicinò al letto, vide che lì dentro c'era il lupo. "Ti ho trovato, vecchio peccatore", disse, "è un pezzo che ti cerco." Già era pronto col fucile, quando gli venne in mente che forse il lupo s'era ingoiato la nonna e che forse era ancora possibile salvarla. Allora non sparò, ma prese una grossa forbice e cominciò ad aprire la pancia del lupo che era ancora addormentato. Dopo appena un paio di sforbiciate vide brillare un cappuccetto rosso e dopo altre due la bimba saltò fuori gridando: "Che paura ho avuto, era così buio nella pancia del lupo". Poi uscì fuori la nonna ancora viva, anche se a malapena poteva respirare. Cappuccetto Rosso corse a prendere delle grosse pietre, riempì la pancia del lupo e presto presto la ricucì.
Quando il lupo si svegliò voleva andarsene, ma le pietre erano talmente pesanti che subito cadde a terra e morì. Tutti e tre erano felici e contenti. Il cacciatore scorticò il lupo e se ne tornò a casa con la pelle, la nonna mangiò il dolce e bevve il vino e subito si sentì meglio. Cappuccetto Rosso pensava: ' Mai più me ne andrò sola per il bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma me lo ha proibito '.
C'è poi chi racconta che un'altra volta, mentre Cappuccetto Rosso portava dei dolci alla nonna, un altro lupo le rivolse la parola cercando di convincerla a lasciare il sentiero. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e corse dalla nonna e le raccontò che aveva incontrato un lupo che l'aveva salutata gentilmente ma che aveva due occhiacci terribili. "Certo se non fossi stata sul sentiero quello mi avrebbe mangiata." "Vieni", disse la nonna, "chiudiamo bene la porta in modo che non possa entrare."
Poco dopo il lupo bussò alla porta e disse: "Apri nonna, sono Cappuccetto Rosso, e ti porto una focaccia dolce". Ma quelle zitte zitte non aprirono la porta, il lupaccio allora fece il giro della casa, poi saltò sul tetto per aspettare la sera quando Cappuccetto Rosso se ne sarebbe tornata a casa. Voleva seguirla di soppiatto e, nel buio, mangiarsela in un boccone. Ma la nonna capì quello che la bestiaccia aveva in mente. Dunque proprio davanti alla casa c'era una vasca di pietra, un trogolo per gli animali e la nonna disse alla bambina: "Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, proprio ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l'acqua delle salsicce, finché non sarà ben pieno". E Cappuccetto Rosso fece così. Il profumo delle salsicce arrivò al naso del lupo che cominciò ad annusare e a guardar giù dal tetto. Infine allungò talmente il collo che non poté più reggersi e cominciò a scivolare; scivolò dal tetto proprio dentro al trogolo e affogò.
Cappuccetto Rosso se ne tornò a casa e nessuno più le fece del male.
C'era una volta un gentiluomo, il quale aveva sposata in seconde nozze una donna così piena di albagia e d'arroganza, da non darsi l'eguale.
Ella aveva due figlie dello stesso carattere del suo, e che la somigliavano come due gocce d'acqua.
Anche il marito aveva una figlia, ma di una dolcezza e di una bontà da non farsene un'idea; e in questo tirava dalla sua mamma, la quale era stata la più buona donna del mondo.
Le nozze erano appena fatte, che la matrigna dette subito a divedere la sua cattiveria. Ella non poteva patire le buone qualità della giovinetta, perché, a quel confronto, le sue figliuole diventavano più antipatiche che mai.
Ella la destinò alle faccende più triviali della casa: era lei che rigovernava in cucina, lei che spazzava le scale e rifaceva le camere della signora e delle signorine; lei che dormiva a tetto, proprio in un granaio, sopra una cattiva materassa di paglia, mentre le sorelle stavano in camere coll'impiantito di legno, dov'erano letti d'ultimo gusto, e specchi da potervisi mirare dalla testa fino ai piedi.
La povera figliuola tollerava ogni cosa con pazienza, e non aveva cuore di rammaricarsene con suo padre, il quale l'avrebbe sgridata, perché era un uomo che si faceva menare per il naso in tutto e per tutto dalla moglie.
Quando aveva finito le sue faccende, andava a rincantucciarsi in un angolo del focolare, dove si metteva a sedere nella cenere; motivo per cui la chiamavano comunemente la Culincenere.
Ma la seconda delle sorelle, che non era così sboccata come la maggiore, la chiamava Cenerentola.
Eppure Cenerentola, con tutti i suoi cenci, era cento volte più bella delle sue sorelle, quantunque fossero vestite in ghingheri e da grandi signore.
Ora accadde che il figlio del Re diede una festa da ballo, alla quale furono invitate tutte le persone di grand'importanza e anche le nostre due signorine furono del numero, perché erano di quelle che facevano grande spicco in paese. Eccole tutte contente e tutte affaccendate a scegliersi gli abiti e le pettinature, che tornassero loro meglio a viso. E questa fu un'altra seccatura per la povera Cenerentola, perché toccava a lei a stirare le sottane e a dare l'amido ai manichini. Non si parlava d'altro in casa che del come si sarebbero vestite in quella sera.
"Io", disse la maggiore, "mi metterò il vestito di velluto rosso e le mie trine d'Inghilterra."
"E io", disse l'altra, "non avrò che il mio solito vestito: ma, in compenso, mi metterò il mantello a fiori d'oro e la mia collana di diamanti, che non è dicerto di quelle che si vedono tutti i giorni."
Mandarono a chiamare la pettinatora di gala, per farsi fare i riccioli su due righe, e comprarono dei nèi dalla fabbricante più in voga della città.
Quindi chiamarono Cenerentola perché dicesse il suo parere, come quella che aveva moltissimo gusto; e Cenerentola die' loro i migliori consigli, e per giunta si offrì di vestirle: la qual cosa fu accettata senza bisogno di dirla due volte.
Mentre le vestiva e le pettinava, esse dicevano:
"Di', Cenerentola, avresti caro di venire al ballo?..." .
"Ah, signorine! voi mi canzonate: questi non son divertimenti per me! "
"Hai ragione: ci sarebbe proprio da ridere, a vedere una Cenerentola, pari tua, a una festa da ballo."
Un'altra ragazza, nel posto di Cenerentola, avrebbe fatto di tutto per vestirle male; ma essa era una buonissima figliuola, e le vestì e le accomodò come meglio non si poteva fare.
Per la gran contentezza di questa festa, stettero quasi due giorni senza ricordarsi di mangiare: strapparono più di dodici aghetti per serrarsi ai fianchi e far la vita striminzita; e passavano tutt'intera la santa giornata a guardarsi nello specchio.
Venne finalmente il giorno sospirato. Partirono di casa e Cenerentola le accompagnò cogli occhi più lontano che poté: quando non le scorse più, si mise a piangere.
La sua Comare, che la trovò cogli occhi rossi e pieni di pianto, le domandò che cosa avesse.
"Vorrei... vorrei..." E piangeva così forte, che non poteva finir la parola.
La Comare, che era una fata, le disse:
"Vorresti anche tu andare al ballo, non è vero?".
"Anch'io, sì" disse Cenerentola con un gran sospirone.
"Ebbene: prometti tu d'essere buona?", disse la Comare. "Allora ti ci farò andare."
E menatala in camera, le disse: "Vai nel giardino e portami un cetriolo".
Cenerentola scappò subito a cogliere il più bello che poté trovare e lo portò alla Comare, non sapendo figurarsi alle mille miglia come mai questo cetriolo l'avrebbe fatta andare alla festa di ballo.
La Comare lo vuotò per bene, e rimasta la buccia sola, ci batté sopra colla bacchetta fatata, e in un attimo il cetriolo si mutò in una bella carrozza tutta dorata.
Dopo, andò a guardare nella trappola, dove trovò sei sorci, tutti vivi.
Ella disse a Cenerentola di tenere alzato un pochino lo sportello della trappola, e a ciascun sorcio che usciva fuori, gli dava un colpo di bacchetta, e il sorcio diventava subito un bel cavallo: e così messe insieme un magnifico tiro a sei, con tutti i cavalli di un bel pelame grigio-topo-rosato.
E siccome essa non sapeva di che pasta fabbricare un cocchiere:
"Aspettate un poco" disse Cenerentola "voglio andare a vedere se per caso nella topaiola ci fosse un topo; che così ne faremo un cocchiere".
"Brava!" disse la Comare "va' un po' a vedere."
Cenerentola ritornò colla topaiola, dove c'erano tre grossi topi.
La fata, fra i tre, scelse quello che aveva la barba più lunga; il quale, appena l'ebbe toccato, diventò un bel pezzo di cocchiere, e con certi baffi, i più belli che si fossero mai veduti.
Fatto questo, le disse:
"Ora vai nel giardino: e dietro l'annaffiatoio troverai sei lucertole. Portamele qui."
Appena l'ebbe portate, la Comare le convertì in sei lacchè, i quali salirono subito dietro la carrozza, colle loro livree gallonate, e vi si tenevano attaccati, come se in vita loro non avessero fatto altro mestiere.
Allora la fata disse a Cenerentola:
"Eccoti qui tutto l'occorrente per andare al ballo: sei contenta?".
"Sì, ma che ci devo andare in questo modo, e con questi vestitacci che ho addosso?"
La fata non fece altro che toccarla colla sua bacchetta, e i suoi poveri panni si cambiarono in vestiti di broccato d'oro e di argento, e tutti tempestati di pietre preziose: quindi le diede un paio di scarpine di vetro, che erano una meraviglia.
Quand'ella ebbe finito di accomodarsi, montò in carrozza: ma la Comare le raccomandò sopra ogni altra cosa di non far più tardi della mezzanotte, ammonendola che se ella si fosse trattenuta al ballo un minuto di più, la sua carrozza sarebbe ridiventata un cetriolo, i suoi cavalli dei sorci, i suoi lacchè delle lucertole, i suoi vestiti avrebbero ripreso la forma e l'aspetto cencioso di prima.
Ella dette alla Comare la sua parola d'onore che sarebbe venuta via dal ballo avanti la mezzanotte.
E partì, che non entrava più nella pelle dalla gran contentezza.
Il figlio del Re, essendogli stato annunziato l'arrivo di una Principessa, che nessuno sapeva chi fosse, corse incontro a riceverla, e offrì la mano per iscendere di carrozza, e la condusse nella sala dov'erano gl'invitati.
Si fece allora un gran silenzio: le danze rimasero interrotte, i violini smessero di suonare, tutti gli occhi erano rivolti a contemplare le grandi bellezze della sconosciuta.
Non si sentiva altro che un bisbiglio confuso, e un dire sottovoce: "Oh! com'è bella!...".
Lo stesso Re, per quanto vecchio, non rifiniva dal guardarla, e andava dicendo sottovoce alla Regina, che da molti anni non gli era più capitato di vedere una donna tanto bella e tanto graziosa.
Tutte le dame avevano gli occhi addosso a lei, per esaminarne la pettinatura e i vestiti, e farsene fare degli uguali per il giorno dopo, sempre che fosse stato possibile trovare delle stoffe così belle e delle modiste così valenti.
Il figlio del Re la collocò nel posto d'onore: quindi andò a prenderla per farla ballare. Ella ballò con tanta grazia, da far crescere in tutti lo stupore.
Fu servito un magnifico rinfresco, che il giovine Principe non assaggiò nemmeno, tanto era assorto nel rimirare la bella sconosciuta.
Ella andò a porsi accanto alle sue sorelle: usò loro mille finezze: e fece parte ad esse delle arance e dei cedri, che il Principe le aveva regalato; la qual cosa le meravigliò moltissimo, perché esse non la riconobbero né punto né poco.
In quella che stavano discorrendo insieme, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; e fatta subito una gran riverenza a tutta la società, scappò via come il vento.
Appena arrivata a casa, corse a trovare la Comare, e dopo averla ringraziata, le disse che avrebbe avuto un gran piacere di tornare anche alla festa del giorno dipoi, perché il figlio del Re l'aveva pregata molto.
Mentre stava raccontando alla Comare tutti i particolari della festa, le due sorelle bussarono alla porta: Cenerentola andò loro ad aprire.
"Quanto siete state a tornare!" disse ella stropicciandosi gli occhi e stirandosi come se si fosse svegliata in quel momento. E sì, che ella non aveva avuto davvero una gran voglia di dormire, dacché s'erano lasciate.
"Se tu fossi stata al ballo", le disse una delle sue sorelle "non ti saresti annoiata: vi è capitato la più bella Principessa, ma di' pure la più bella che si possa vedere al mondo: essa ci ha fatto mille garbatezze, e ci ha regalato dei cedri e delle arance."
Cenerentola non capiva più in sé dalla gioia. Ella domandò loro il nome di questa Principessa; ma quelle risposero che non la conoscevano, e che il figlio del Re si struggeva della voglia di sapere chi fosse, e che per saperlo avrebbe dato qualunque cosa.
Cenerentola sorrise, e disse loro:
"Dev' esser bella davvero! Dio mio! come siete felici voi altre! Che cosa pagherei di poterla vedere! Via, signora Giulietta, prestatemi il vostro vestito giallo, quello di tutti i giorni...".
"Giusto, lo dicevo anch'io!" rispose Giulietta. "Prestare il mio vestito a una brutta Cenerentola come te. Bisognerebbe proprio dire che avessi perso il giudizio."
Questa risposta Cenerentola se l'aspettava: e ne fu contentissima; perché si sarebbe trovata in un grande impiccio, se la sua sorella le avesse prestato il vestito.
La sera dopo le due sorelle tornarono al ballo: e Cenerentola pure; ma vestita anche più sfarzosamente della prima volta.
Il figlio del Re non la lasciò un minuto; e in tutta la serata non fece altro che dirle un monte di cose appassionate e galanti.
La giovinetta, che non s'annoiava punto, si era dimenticata le raccomandazioni fatte dalla Comare; tant'è vero che sentì battere il primo tocco della mezzanotte, e credeva che non fossero ancora le undici. S'alzò e fuggì con tanta leggerezza, che pareva una cervia.
Il Principe le corse dietro, ma non poté raggiungerla.
Nel fuggire, ella lasciò cascare una delle sue scarpine di vetro, che il Principe raccattò con grandissimo amore.
Cenerentola arrivò a casa tutta scalmanata, senza carrozza, senza lacchè e con addosso il vestito di tutti i giorni, non essendole rimasto nulla delle sue magnificenze, all'infuori di una delle sue scarpine, la compagna di quella che aveva perduta per la strada.
Fu domandato ai guardaportoni del palazzo, se per caso avessero veduto uscire una Principessa; ma essi risposero che non avevano veduto uscir nessuno, tranne una ragazza mal vestita e che dall'aspetto pareva piuttosto una contadina che una signora.
Quando le sorelle ritornarono dal ballo, Cenerentola chiese loro se si erano divertite e se c'era stata anche la bella signora.
Esse risposero di si, e che era scappata via allo scocco della mezzanotte, e con tanta furia, che s'era lasciata cascare una delle sue scarpine di vetro, la più bella scarpina del mondo: e che il figlio del Re l'aveva raccattata, e non aveva fatto altro che guardarla tutto il tempo del ballo, e che questo voleva dire che egli era innamorato morto della bella signora, alla quale apparteneva la scarpina.
E dicevano la verità: perché di lì a pochi giorni il figlio del Re fece bandire a suon di tromba che sposerebbe colei, il cui piede avesse calzato bene quella scarpina.
Si cominciò a provare la scarpa alle Principesse: poi alle Duchesse e a tutte le dame di corte: ma era tempo perso.
Fu portata a casa delle due sorelle, le quali fecero ogni sforzo possibile per far entrare il piede in quella scarpa: ma non ci fu modo.
Cenerentola, che stava a guardarle e che aveva riconosciuta la scarpina, disse loro:
"Voglio vedere anch'io se mi va bene!".
Le sorelle si misero a ridere e a canzonarla.
Il gentiluomo incaricato di far la prova della scarpa, avendo posato gli occhi addosso a Cenerentola e parendogli molto bella, disse che era giustissimo, e che egli aveva l'ordine di provar la scarpa a tutte le fanciulle.
Fece sedere Cenerentola, e avvicinando la scarpa al suo piedino, vide che c'entrava senz'ombra di fatica e che calzava proprio come un guanto.
Lo stupore delle due sorelle fu grande, ma crebbe del doppio, quando Cenerentola cavò fuori di tasca l'altra scarpina e se la infilò in quell'altro piede.
In codesto punto arrivò la Comare, la quale, dato un colpo di bacchetta ai vestiti di Cenerentola, li fece diventare assai più sfarzosi, che non fossero stati mai.
Allora le due sorelle riconobbero in essa la bella signora veduta al ballo; e si gettarono ai suoi piedi per chiederle perdono dei mali trattamenti che le avevano fatto patire. Cenerentola le fece alzare, e disse, abbracciandole, che perdonava loro di cuore, e che le pregava ad amarla sempre e dimolto.
Vestita com'era, fu condotta dal Principe, al quale parve più bella di tutte le altre volte, e dopo pochi giorni la sposò.
Cenerentola, buona figliuola quanto bella, fece dare un quartiere alle sue sorelle, e le maritò il giorno stesso a due gentiluomini della corte.
Questo racconto, invece di una morale, ne ha due.
Prima morale: la bellezza, per le donne in ispecie, è un gran tesoro; ma c'è un tesoro che vale anche di più, ed è la grazia, la modestia e le buone maniere.
Con queste doti Cenerentola arrivò a diventar Regina.
Altra morale: grazia, spirito, coraggio, modestia, nobiltà di sangue, buon senso, tutte bellissime cose; ma che giovano questi doni della Provvidenza, se non si trova un compare o una comare, oppure, come si dice oggi, un buon diavolo che ci porti?
Senza l'aiuto della Comare, che cosa avrebb'ella fatto quella buona e brava figliuola di Cenerentola?
Fiabe Britanniche - J.Jacobs: Jack (Giacomino) e il fagiolo magico
(testo tradotto da Vale76; vedi note al piede del testo)
tratta dalla raccolta: «English Fairy Tales, 1890
C'era una volta una povera vedova che aveva avuto un solo figlio di nome Jack, e una vacca di nome Bianca. E tutto ciò che avevano per vivere era il latte che la vacca forniva ogni mattina, che portavano al mercato per rivenderlo. Ma improvvisamente una mattina Bianca non fornì una sola goccia di latte, ed essi non seppero cosa fare. "Che cosa dobbiamo fare, adesso?"disse la vedova, incrociando le mani. "Non preoccuparti, mamma, andrò in cerca di un lavoro." disse Giacomino. "Ci abbiamo già provato, ma nessuno ti ha voluto assumere." disse la madre, "dovremo vendere Bianca, e con il denaro ricavato, avviare un negozio." "Va bene, mamma" disse Giacomino "oggi è giorno di mercato, andrò a vendere Bianca, e vedremo quanto riusciremo a ricavarne." Così, prese la vacca, e si avviò; ma aveva fatto solo pochi passi, quando s'imbatté in uno strano vecchietto, che gli disse: "Buongiorno, Giacomino." "Buongiorno a voi", rispose il ragazzo, chiedendosi come facesse quello a conoscere il suo nome.. "Allora, Giacomino, dove stai andando?" chiese il vecchio. "Sto andando al mercato a vendere la nostra mucca." "Oh, bhè, sembri proprio il tipo adatto per vendere mucche" rispose il vecchio, "mi chiedo se sai quanti fagioli ci vogliono per arrivare a cinque." "Oh, bhè, due per mano, e uno in bocca" rispose Giacomino, quasi seccato. "Giusto," disse l'uomo, "ed eccoli qui, cinque bei fagioli" disse, tirando fuori dalla taschino alcuni fagioli dall'aspetto strano. "Ma immagino che non ti interesserà affatto scambiare la tua mucca con questi fagioli." "Perché? Forsei dovrei?" chiese Giacomino. "Oh! Tu ignori che questi non sono fagioli come tutti gli altri. Se tu li pianti durante la notte, al mattino ti ritroveresti con una pianta tanto alta da arrivare a toccare il cielo." "Davvero? Non mi stai prendendo in giro?" "Certo che no, perché dovrei mentirti? Puoi provare tu stesso, e se ti dico una bugia, riavrai la tua mucca." "Sta bene," disse Giacomino, e così dicendo, cedette Bianca al vecchio in cambio di quei fagioli.
Tornò a casa che era ancora chiaro, poiché si era di poco allontanato. "Già di ritorno, Giacomino?" disse sorpresa la mamma, "Vedo che non sei con Bianca, quindi, vuol dire che sei riuscito a venderla. Quanti soldi hai ricavato?" "Neanche ti immagini, mamma" rispose Giacomino. "No, bravo ragazzo! Non dirmelo, cinque sterline, dieci, o forse addirittura quindici? Non penso addirittura venti!" "Ti dico che non puoi immaginarlo. Che cosa ne diresti di questi fagioli? Sono fagioli magici, li pianti la notte e.." "Cosa?!" lo interruppe la madre, "non dirmi che sei stato così stupido e idiota da dare via la nostra vacca, la migliore vacca della contea, un bovino da primo premio, per un pugno di miserabili fagioli? Che meraviglia! Che bella notizia! E adesso ce ne andremo tutti e due alla malora grazie ai tuoi preziosi fagioli. Per punizione andrai a letto senza cena, sciò!" Così Giacomino salì in soffitta, nella sua stanzina, tutto rattristato per aver fatto arrabbiare la mamma, ma sopratutto per aver saltato la cena. Alla fine si addormentò.
Quando si svegliò, la sua stanza aveva un aspetto strano; il sole la illuminava con i suoi raggi in parte, mentre il resto della stanza era allo scuro. Giacomino saltò giù dal letto, si vestì e andò alla finestra. E secondo voi che cosa vide? Ebbene, i fagioli che la mamma aveva gettato via dalla finestra nel giardino, si erano trasformati in un'enorme e altissima pianta di fagioli che era cresciuta tanto da arrivare a toccare il cielo. Il vecchietto aveva detto la verità. Il fagiolo arrivava ormai vicinissimo alla finestra della stanzetta di Giacomino, così il ragazzo poteva agilmente usarla come scala per scendere e salire. Ed egli salì, salì, salì tanto in alto da arrivare a toccare il cielo; e quando fu in cima alla pianta, camminò e camminò tanto a lungo, finché giunse presso un'enorme e gigantesca casa, e all'entrata c'era una donna gigante.
"Buongiorno, mamma" disse Giacomino, gentilmente. "Stamattina mi daresti qualcosa da mangiare per fare colazione?" infatti aveva molta fame, dal momento che la sera prima aveva saltato la cena. "Vuoi la colazione, eh?" rispose la gigantessa. "Sarai tu a fare da colazione, se non te ne vai immediatamente da qui. Mio marito è un orco, e il suo piatto preferito sono proprio i ragazzini arrosto. Farai bene a scappare prima che ritorni." Ebbene, evidentemente l'orchessa non era così cattiva, dopo tutto. Portò Giacomino in cucina, e gli diede una porzione di pane e formaggio, e una tazza di latte. Ma il ragazzo non aveva ancora finito di mangiare che, bum, bum! La casa cominciò a tremare dal rumore dei passi di qualcuno. "Oh buon cielo!" disse l'orchessa, "È mio marito! E adesso cosa facciamo? Vieni qui, presto! Salta qui dentro." e nascose Giacomino nel forno appena in tempo. L'orco entrò in cucina; era un gigante, assolutamente. Portava con sé tre vitellini legati alla cintura; li sganciò di dosso e li buttò sul tavolo e disse: "Ecco qua, moglie. Cucinami un paio di questi per colazione. Ma.. uhm.... che cos'è questo odore?"
"Ucci ucci,
sento odor d'inglesucci,
che siano vivi o che sian morti,
le loro ossa finiranno nel mio panino."
"Ma che dici, caro?" disse la moglie, "stai sognando. O forse quello che senti è l'odore dei resti di quel ragazzetto che ti sei gustato ieri sera a cena. Vai a sistemarti e a rinfrescarti, e quando tornerai, troverai la colazione pronta in tavola." L'orco allora se ne andò; Giacomino stava già saltando fuori dal forno, quando l'orchessa lo fermò: "No, aspetta un altro pò, che si sia addormentato; si fa sempre un pisolino dopo mangiato." L'orco fece la sua brava colazione, e dopo aver mangiato andò presso un grosso scrigno dal quale tirò fuori due borse colme d'oro; si sedette a contare, finché gli si chiusero gli occhi, la testa cominciò a ciondolare e cominciò a russare fragorosamente, tanto da far tremare tutti i muri di casa. Allora Giacominò balzo fuori dal forno, e passando proprio sotto all'orco, gli estrasse dalle braccia una delle due borse con l'oro, e scappò via. Raggiunse in fretta il fagiolo, risalì sopra e calò giù giù il borsone d'oro, che in un battibaleno toccò terra nel giardino di casa sua, e dopo anch'egli scese giù e arrivò a casa. Rientrato, andò dalla mamma e le mostrò il tesoro: "Ebbene, mammina mia, non avevo ragione riguardo ai fagioli magici? Vedi anche tu che era tutto vero."
Così, vissero per un bel pò dell'oro sottratto all'orco, ma poi anche quello finì, e a Giacomino balenò l'idea di ritentare l'avventura. Una mattina si alzò presto, salì a bordo del fagiolo, salì in alto in alto, finché arrivò in cima e poi camminò fino alla casa dell'orco. Lì, vi ritrovò l'orchessa alla porta. "Buondì, signora," disse, "sareste così gentile da darmi qualcosa da mangiare?" "Và via, ragazzo" rispose l'orchessa, "o mio marito ti mangerà per colazione. Ma tu non sei per caso lo stesso che è venuto qui tempo fa? Lo sai che da quel giorno a mio marito manca un borsone d'oro?" "E' molto strano, mia signora," rispose furbescamente Giacomino, "avrei qualcosa da dirvi a proposito, ma ora ho troppa fame, e non riuscirei a spiegare bene se prima non mangio qualcosa." La donna era molto curiosa, così, portò Giacomino in cucina e gli diede qualcosa da mangiare, ma come ebbe cominciato, bum bum! Si udirono i passi rumorosi dell'orco, e l'orchessa nascose il ragazzo nel forno. Tutto si svolse come la volta precedente. Venne l'orco dicendo: "Ucci ucci", e depositò sul tavolo tre grossi buoi e poi disse alla moglie: "Moglie, portami la gallina dalle uova d'oro." Essa gliela portò, e l'orco disse: "Deposita" e quella depositò un uovo tutto d'oro, e poi la testa dell'orco ricominciò a ciondolare dal sonno, e presto cominciò a russare da far tremare la casa. Subito Giacomino saltò fuori dal forno e s'impossessò della gallina fatata, e in men che non si dica schizzò via; ma questa volta la gallina schiamazzò, e il rumore fece svegliare di colpo l'orco, e mentre Giacomino si affrettava all'uscita, sentì l'orco gridare: "Moglie, moglie, che ne hai fatto della mia gallina magica?" E la moglie rispose: "Perché, mio caro?"
Questo fu tutto ciò che Giacomino udì, poiché corse giù sul fagiolo e come un razzo fu presto di ritorno a casa. E quando fu in casa, tutto contento mostrò la gallina dalle uova d'oro alla mamma, e disse alla bestia fatata: "Deposita", ed ad ogni parola d'ordine, la gallina prodigiosa depositava un uovo d'oro.
Ciò nonostante, Giacomino non era ancora soddisfatto, e infatti, non passò molto tempo che presto volle tentare nuovamente l'avventura. Così, una mattina, di buon'ora, si arrampicò a bordo del fagiolo, e salì su in alto fino in cima. Ma questa volta si diresse dritto verso la casa dell'orco, e quando fu nei pressi della casa, si nascose dietro a un cespuglio, finché vide l'orchessa tornare con una gran secchia d'acqua da mettere a bollire, e senza farsi vedere, entrò in casa e andò a nascondersi in un paiolo di rame. Non ci restò molto, perché quasi subito ecco il solito bum bum! Erano i passi dell'orco. "Uccci, ucci, ucci, sento odor di inglesucci" gridò, "Ne sento l'odore, moglie, lo sento!" "Ne sei sicuro, caro?" rispose la moglie. "Se è quel mariuolo che ti ha rubato l'oro e la gallina dalle uova d'oro, stai sicuro che in questo momento è nascosto nel forno." E tutti due corsero a vedere, ma fortunatamene Giacomino non era lì, e l'orchessa disse: "Allora temo che ti sei sbagliato, a meno che non sia l'odore del ragazzo che hai catturato ieri notte che poi ti ho cucinato per colazione. Bhè, io sono sbadata, ma anche tu, non sai ancora riconoscere la differenza tra l'odor di carne viva e l'odor di carne morta."
Allora, l'orco si sedette a fare colazione, ma a ogni pié sospinto mormorava: "Bhè, giurerei.." e alzandosi, cercò nella dispensa e ovunque in cucina, tranne, fortunatamente, nel paiolo di rame, in cui non gli venne in mente di guardare. Finita la colazione, l'orco proruppe: "Moglie! Portami subito la mia arpa d'oro." Essa gliela portò e gliela mise sul tavolo, ed egli ordinò: "Canta!" A quel comando, l'arpa cantò magnificamente, e continuò finché alla fine l'orco si addormentò e cominciò a russare come un tuono. A quel punto Giacomino alzò il coperchio di rame molto delicatamente e sgattaiolò giù come un topolino e si arrampicò sul tavolo, dove strisciò, e prese possesso dell'arpa magica, e corse poi velocemente verso la porta; ma l'arpa urlò a gran voce: "Padrone! Padrone!" e l'orco si svegliò appena in tempo per vedere Giacomino che scappava con l'arpa. Giacomino corse più in fretta che poté, e l'orco lo inseguì, e l'aveva quasi raggiunto se non fosse stato per un balzo diretto proprio verso il fagiolo; l'orco però era vicinissimo, e per poco non riuscì ad acchiapparlo, ma fece in tempo a vederlo sparire, e quando arrivò alla fine della strada, vide Giacomino mentre scendeva per il fagiolo. Dal canto suo, l'orco non se la sentì di prendere il fusto della pianta per scala, così si fermò e rimase ad aspettare che Giacomino risalisse per ritentare la sorte. Ma proprio allora l'arpa gridò: "Padrone, padrone!" e l'orco si tuffò sul fagiolo, scuotendolo tutto con il suo peso. Giacomino riuscì a scendere a terra, e dietro di lui, l'orco. Ma Giacomino era stato più veloce di lui, che era quasi arrivato a casa. Allora gridò: "Mamma! Mamma! Presto, portami un'accetta!" La madre gli corse incontro con l'accetta, ma quando raggiunse ai piedi del fagiolo si paralizzò dalla paura, poiché vide quello spaventoso orco scendere dalle nuvole. Ma Giacomino mantenne il sangue freddo, afferrò l'accetta e con un colpo ben assestato infranse il fagiolo nel mezzo. L'orco sentì la pianta traballare e tremare, così si fermò per vedere cosa stesse succedendo. Poi Giacomino diede un altro colpo alla pianta, che questa volta si spezzò definitivamente in due parti, e cominciò a crollare. Allora l'orco cadde e si ruppe la corona, e il fagiolo crollò a terra. Poi Giacomino mostrò l'arpa d'oro alla madre, e grazie ad essa, e alla gallina dalle uova d'oro, Giacomino e sua madre divennero ricchissimi. Giacomino sposò una grande principessa, e vissero a lungo felici e contenti.
Questa fiaba è stata tradotta da me dall'inglese.
Chiunque desideri questo testo per le proprie pagine web, può prelevarla liberamente, purché ne citi cortesemente la fonte, senza linkare le immagini, e non spacci questa traduzione per opera sua, in segno di rispetto per il mio lavoro.
Grazie. Vale76 (http://www.paroledautore.net/fiabe/mondo/fagiolomagico.htm)
C'era una volta… un povero taglialegna che abitava davanti a un gran bosco con sua moglie e i suoi due bambini; il maschietto si chiamava Hansel, e la bambina, Gretel. Egli aveva poco da metter sotto i denti, e quando ci fu nel paese una grande carestia non poteva neanche più procurarsi il pane tutti i giorni.
Una sera, che i pensieri non gli davano requie, ed egli si voltolava inquieto nel letto, disse sospirando alla moglie: "Che sarà di noi? Come potremo nutrire i nostri poveri bambini, che non abbiam più nulla neanche per noi?" "Senti, marito mio," rispose la donna, "domattina all’alba li condurremo nel più folto della foresta: accendiamo loro un fuoco e diamo a ciascuno un pezzetto di pane; poi andiamo al lavoro e li lasciamo soli: i bambini non ritrovano più la strada per tornare a casa, e ne siamo sbarazzati." "No, moglie mia," disse l’uomo, "questo non lo faccio: come potrei aver cuore di lasciare i miei figli soli nel bosco! Le bestie feroci verrebbero subito a sbranarli." "Pazzo che non sei altro," diss’ella, "allora dobbiamo morir di fame tutti e quattro; non ti resta che piallare le assi per le bare." E non lo lasciò in pace finché egli acconsentì. "Ma quei poveri bambini mi fan pietà!" disse l’uomo.
Per la fame, neppure i due bimbi potevan dormire, e avevano udito che la matrigna diceva al padre. Gretel piangeva amaramente, e disse a Hansel: "Adesso per noi è finita." "Zitta, Gretel" disse Hansel, "non affannarti, ci penserò io". E quando i vecchi si furono addormentati, si alzò, si mise la giacchettina, aprì l’uscio da basso e sgattaiolò fuori. Splendeva chiara la luna, e i sassolini bianchi davanti alla casa rilucevano come monete nuove di zecca. Hansel si chinò e ne ficcò nella taschina della giacca quanti poté farne entrare. Poi tornò dentro e disse a Gretel: "Sta’ di buon animo, cara sorellina, e dormi pure tranquilla: Dio non ci abbandonerà". E si rimise a letto. Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorgesse il sole, la andò a svegliare i due bambini: "Alzatevi, poltroni, andiamo nel bosco a far legna!" Poi diede a ciascuno un pezzetto di pane e disse: "Eccovi qualcosa per mezzogiorno, ma non mangiatelo prima, non avrete nient’altro". Gretel mise il pane sotto il grembiule, perché Hansel aveva in tasca le pietre. Poi s’incamminarono tutti insieme verso il bosco. Quando ebbero fatto un pezzetto di strada Hansel si fermò e si volse a guardare la casa; così fece più e più volte. Il padre disse: "Hansel, cosa stai a guardare, e perché rimani indietro? Su, muoviti!" "Ah, babbo," disse Hansel, "guarda il mio gattino bianco, che è sul tetto e vuol dirmi addio". La donna disse: "Sciocco, non è il tuo gatto; è il primo sole, che brilla sul comignolo". Ma Hansel non aveva guardato il gattino: aveva buttato ogni volta sulla strada uno dei sassolini lucidi che aveva in tasca.
Arrivati in mezzo al bosco, disse il padre: "Adesso raccogliete bambini; voglio accendere un fuoco, perché non geliate". Hansel e Gretel raccolsero rami secchi e ne fecero un bel mucchietto. I rami furono accesi e quando si levò alta la fiamma, la donna disse: "Adesso mettetevi accanto al fuoco, bambini, e riposate, noi andiamo a spaccar legna nel bosco. Quando abbiamo finito, torniamo a prendervi." Hansel e Gretel rimasero accanto al fuoco e a mezzogiorno mangiarono loro pezzetto di pane. E udendo colpi d’accetta credevano che il babbo fosse vicino. Ma non era l’accetta, era un ramo, che egli aveva legato a un albero secco e che il vento sbatteva di qua e di là. Eran là, seduti da un pezzo, e alla fine i loro occhi chiusero per la stanchezza ed essi si addormentarono profondamente. Quando si svegliarono, era già notte fonda. Gretel si mise a piangere e disse: "Come faremo ad uscire dal bosco!" Hansel la consolò: "Aspetta soltanto un poco, finché sorga la luna, poi troveremo bene la strada." E quando sorse la luna piena, prese per mano la sua sorellina e seguirono le pietruzze, che brillavano come monete nuove di zecca e mostravan loro la via. Camminarono tutta la notte e allo spuntar del giorno arrivarono alla casa paterna. Bussarono alla porta, e quando la donna aprì e vide che erano Hansel e Gretel, disse: "Cattivi, perché avete dormito tanto nel bosco? credevamo che non voleste più tornare". Ma il padre si rallegrò, tanto l’aveva accorato lasciarli soli.
Non passò molto tempo e la miseria tornò ad invadere la casa; una notte i bambini udiron la matrigna dire al padre, mentre era a letto: "Si è di nuovo mangiato tutto, c’è ancora una mezza pagnotta, poi è finita. I bambini devono andarsene; li condurremo più addentro nel bosco, perché non ritrovino la strada: per noi non c’è altro scampo". L’uomo si sentì stringere il cuore e pensò: ' Sarebbe meglio che dividessi il tuo ultimo boccone coi tuoi bambini '. Ma, checché dicesse, la donna non gli dava retta, e lo sgridava e lo rimproverava. Chi dice A deve dire anche B, e perché aveva ceduto la prima volta, egli dovette cedere anche la seconda. Ma i bambini erano ancora svegli e avevano udito quei discorsi. Quando i vecchi dormirono, Hansel si alzò di nuovo, per andare, come l’altra volta, a raccogliere sassolini; ma la donna aveva chiuso la porta e Hansel non poté uscire. Ma consolò la sua sorellina, dicendo: "Non piangere, Gretel, dormi pure tranquilla: il buon Dio ci aiuterà."
Sul far del giorno, la donna fece alzare i bambini dal letto. Ebbero il loro pezzetto di pane, ma era ancora più piccolo dell’altra volta. Sulla strada del bosco, Hansel lo sbriciolò in tasca, e spesso si fermava e buttava una briciola per terra. "Hansel, perché ti fermi a guardarti attorno?" disse il padre, "cammina!" "Guardo il mio piccioncino che è sul tetto e vuol dirmi addio." rispose Hansel. "Sciocco," disse la donna, "non è il tuo piccione, è il primo sole che brilla sul comignolo". Ma Hansel un po’ per volta gettò tutte le briciole per via. La donna condusse i bambini ancor più addentro nel bosco, dove non eran mai stati in vita loro. Accesero di nuovo un gran fuoco e la madre disse: "Restate qui, bambini; se siete stanchi, potete dormire un pò: noi andiamo a tagliar legna nel bosco e stasera, quando abbiamo finito, veniamo a prendervi". A mezzogiorno Gretel divise il pane con Hansel, che l’aveva sparso per via. Poi si addormentarono e passò la sera, ma nessuno venne dai poveri bambini. Si svegliarono solo a notte fonda, e Hansel consolò la sorellina, dicendo: "Aspetta, Gretel, che sorga la luna: allora vedremo le briciole di pane che ho sparso; ci mostreranno la via di casa". Quando sorse la luna, si alzarono, ma non trovarono più neanche una briciola: le avevano beccate i mille e mille uccellini, che volavano per campi e boschi. Hansel disse a Gretel: "Troveremo la strada lo stesso". Ma non la trovarono. Camminarono tutta la notte e ancora un giorno, da mane a sera, ma non uscirono dal bosco, e avevano tanta fame, perché avevan solo un po’ di bacche trovate per terra. Eran così stanchi che le gambe non li reggevano più; si sdraiarono sotto un albero si addormentarono.
Era già la terza mattina, da quando avevan lasciato la casa del padre. Ricominciarono a camminare, ma si addentrarono sempre più nel bosco, e se non trovavano presto aiuto, sarebbero morti di fame. A mezzogiorno, videro su un ramo un bell’uccellino bianco come la neve;cantava così bene che si fermarono ad ascoltarlo. Quand’ebbe finito, aprì le ali e volò davanti a loro ed essi lo seguirono, finché furono ben vicini, videro che la casina era fatta di pane e coperta di focaccia; ma le finestre erano di zucchero trasparente. "All’opera!" disse Hansel, "faremo un ottimo pranzo. Io mangerò un pezzo di tetto e tu, Gretel, puoi mangiare un pezzettino di finestra: è dolce". Hansel si rizzò, stese la mano in alto, e staccò un pezzo di tetto, per sentire che gusto aveva; e Gretel s’accostò ai vetri e cominciò a spilluzzicarli. Allora una voce sottile gridò dall’interno:
"Rodi, rodi, mordicchia, la casina chi rosicchia?"
I bambini risposero:
"Il vento, il venticello; il celeste bambinello,"
e continuarono a mangiare, senza lasciarsi confondere. Hansel, a cui il tetto piaceva molto, ne staccò un grosso pezzo, e Gretel tirò fuori tutto un vetro rotondo, sedette in terra e se lo succhiò beatamente. Ma ad un tratto la porta si aprì e venne fuori pian piano una vecchia decrepita, che s’appoggiava a una gruccia. Hansel e Gretel si spaventarono tanta, che lasciarono cadere quel che avevano in mano. Ma la vecchia dondolò la testa e disse: "Ah, cari bambini, chi vi ha portato qui? Entrate e rimanete con me, non vi succederà niente di male" . Li prese entrambi per mano e li condusse nella sua casetta. Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hansel e Gretel si coricarono e credevano di essere in paradiso.
La vecchia fingeva di essere benigna, ma era una cattiva strega, che insidiava i bambini e aveva costruito una casetta di pane che aveva costruito soltanto per attirarli. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, l’uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era un giorno di festa. Le streghe hanno gli occhi rossi e la vista corta, ma hanno un fiuto finissimo, come gli animali, e sentono l'avvicinarsi di creature umane. E quando si avvicinarono Hansel e Gretel, ella rise malignamente e disse beffarda: "Sono in mio potere non mi scappano più". Di buon mattino, prima che i bambini fossero svegli, si alzò, e quando li vide riposare così dolcemente, con le gote rosse e tonde, mormorò fra sé: ' Diventerà un buon boccone '. Afferrò Hansel con la mano rinsecchita, lo portò in una stia e lo richiuse dietro un’inferriata; e per quanto egli gridasse, non gli giovò. Poi essa andò da Gretel, la svegliò con uno scossone e gridò: "Alzati, poltrona, porta l’acqua e cucina qualcosa di buono per tuo fratello, che è là nella stia e deve ingrassare. Quando è grasso, voglio mangiarmelo". Gretel si mise a piangere amaramente, ma fu tutto inutile, dovette fare quel che voleva la cattiva strega.
Ora al povero Hansel cucinavano i cibi più squisiti, ma Gretel non riceveva che gusci di gambero. Ogni mattina la vecchia si trascinava fino alla stia e gridava: "Hansel, porgi le dita, che senta se presto sarà grasso". Ma egli le sporgeva un ossicino e la vecchia, che aveva gli occhi torpidi non poteva vederlo, credeva fossero le dita di Hansel e si stupiva che non volesse proprio ingrassare. Dopo quattro settimane, visto che Hansel era sempre magro, perse la pazienza e non volle più aspettare. "Su, Gretel," gridò alla fanciulla, "porta l’acqua svelta; grasso o magro che sia, domani ammazzerò Hansel e lo cucinerò". Ah, come pianse la povera sorellina, quando dovette portar l’acqua! E come le scorrevano le lacrime sulle guance! "Buon Dio aiutaci!" implorava. "Ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! almeno saremmo morti insieme." "Risparmiati il piagnisteo" disse la vecchia, "non serve a nulla." Di buon mattino Gretel dovette uscire, appendere il paiolo con l’acqua e accendere il fuoco. "Prima di tutto bisogna cuocere il pane," disse la vecchia: "ho già scaldato il forno e impastato". Spinse fuori la povera Gretel fin presso il forno, da cui già svampavano le fiamme. "Cacciati dentro" disse la strega, "e guarda se è ben caldo, perché possiamo infornare il pane". E mentre Gretel era dentro, avrebbe chiuso il forno per farla arrostire mangiarsela anche lei. Ma Gretel capì la sua intenzione e disse: "Non so come fare: come faccio a entrarci?" "Stupida oca" disse la vecchia, "l'apertura è abbastanza grande; guarda, potrei entrarci anch’io". Arrancò fin là e sporse la testa nel forno. Allora Gretel, con un urtone, la spinse dentro, chiuse lo sportello di ferro e tirò il catenaccio. Uh! Che urla terribili gettò la strega! Ma Gretel corse via e la maledetta strega dovette miseramente bruciare.
Gretel corse difilato da Hansel, aprì la stia e gridò: "Hansel, siamo liberi, la vecchia strega è morta!" Allora Hansel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia. Con che gioia si saltarono al collo, si baciarono e fecero capriole! E siccome non avevan più nulla da temere, entrarono nella casa della strega, e dappertutto c’erano forzieri pieni di perle e di pietre preziose. "Sono ancor meglio dei sassolini!" disse Hansel, e si mise in tasca tutto quel che potè entrarci; e Gretel disse: "Anch’io voglio portarne a casa un po’". E si riempì il grembiulino. "Ma adesso andiamo via," disse Hansel, "dobbiamo uscire dal bosco della strega".
Dopo aver camminato un paio d’ore, giunsero a un gran fiume. "Non possiamo attraversarlo" disse Hansel, "non vedo né ponte né passerella." "E non c’è neanche una barchetta," rispose Gretel "ma là nuota un’anitra bianca; se la prego, ci aiuterà a passare". E gridò: "Anatrino, corri! Hansel e Gretel qui soccorri. Nessun ponte passa il fiume, prendici dunque sulle tue bianche piume." E l’anatrino si avvicinò; Hansel gli salì sul dorso e disse alla sorellina di sederglisi accanto. "No" rispose Gretel, "sarebbe troppo pesante per l’anitra; ci trasporterà l’uno dopo l’altro". Così fece la buona bestiola; e quando furono felicemente arrivati d’altra parte, dopo un breve tratto di strada, il bosco divenne loro sempre più familiare e alla fine scorsero di lontano la casa del loro babbo. Allora si misero a correre, si precipitarono nella stanza e si appesero al collo del padre. L’uomo non aveva più avuto un’ora lieta da quando aveva lasciato i bambini nel bosco, ma la donna era morta. Gretel rovesciò il suo grembiulino sicché le perle e le pietre preziose saltellarono per tutta la stanza, e Hansel vi aggiunse a manciate il contenuto della sua tasca. Così finiron tutti i guai e i tre vissero insieme felici e contenti.
Fiabe Britanniche - J.Jacobs: I tre porcellini
(questo testo raccolto da Joseph Jacobs nel 1890 è basato sulla precedente versione scritta da James Orchard Halliwell nel 1843)
(testo tradotto da Vale76; vedi note al piede del testo)
tratta dalla raccolta: "English Fairy Tales, 1890"
C'era una volta una vecchia scrofa che ebbe tre piccoli porcellini, ma non aveva più modo di tenerli con sé, così, li mandò a cercare fortuna per il mondo. Partì il primo porcellino ed incontrò un uomo con un fascio di paglia, e gli disse: "Per favore, buon uomo, mi dai la tua paglia per costruirmi una casa?" L'uomo acconsentì, e il porcellino fece su una casetta di paglia.
Arrivò un giorno il lupo, il quale bussò alla porta e disse: "Porcellino, porcellino, fammi entrare." Il porcellino rispose: "No, no, neanche per sogno." Il lupo allora rispose: "Ah si? allora soffierò via la tua casa." Così soffiò e sbuffò così forte che la casetta di paglia fu spazzata via, e il lupaccio si mangiò il povero porcellino.
Il secondo porcellino incontrò per la via un uomo che portava una fascina di legno e gli disse: "Per favore, buon uomo, mi dai il tuo legname per costruirmi una casetta?" L'uomo acconsentì, e il porcellino costruì una casa di legno. Venne poi il lupo e disse: "Porcellino, porcellino, fammi entrare." Il secondo porcellino rispose: "No, no, neanche per sogno." Il lupo allora rispose: "Ah si? allora soffierò via la tua casa." Così soffiò e sbuffò così forte che alla fine anche la casetta di legno fu spazzata via, e il lupaccio si mangiò il secondo porcellino.
Veniamo al terzo porcellino, il quale incontrò sulla via un uomo con un carico di mattoni: allora gli disse: "Per favore, buon uomo, mi dai i tuoi mattoni? Voglio costruirmi una casa." L'uomo acconsentì, e il porcellino poté costruirsi una bella casa di mattoni. Anche da lui venne il lupo, e disse: "Porcellino, porcellino, fammi entrare." "No, no, neanche per sogno." "Allora soffierò e ti butterò giù la casa." Il lupo soffiò, sbuffò, e risoffiò fino a perdere il fiato, ma per quanto soffiasse, la casetta non crollava. Quando vide che soffiare non serviva a niente, disse: "Porcellino, lo sai che io conosco un bel campo di rape?" "Dove?" rispose il porcellino. "E' il campo della signora Smith; se domani mattina sarai pronto, vengo a prenderti e ci andiamo insieme e a prendere un pò di rape per farci un bel pranzetto." "Benissimo," rispose il porcellino, "sarò pronto; a che ora passerai?" "Alle sei."
Il furbo porcellino si alzò alle cinque, andò al campo prima che arrivasse il lupo, raccolse le rape e tornò a casa: quando il lupo venne a prenderlo, gli chiese: "Porcellino, sei pronto?" E il porcellino rispose: "Oh si, si! Sono già andato e tornato, e ho già fatto una bella scorta di rape per il pranzo." Il lupo si arrabbiò moltissimo, ma pensò che prima o poi sarebbe riuscito a fregare il furbo porcellino e disse: "Sai, porcellino, che conosco anche un bell'albero di mele?" "Ah si? dove?" "Giù al giardino del signor Brown," rispose il lupo, "e se stavolta non mi imbrogli, domani mattina alle cinque vengo a prenderti e ci andiamo insieme, a raccogliere un pò di mele."
Il mattino dopo il alle quattro, il porcellino saltò su dal letto e andò a raccogliere le mele, sperando di fare in tempo a tornare prima che arrivasse il lupo; non era ancora sceso dall'albero, che in quel mentre vide arrivare il lupo e ovviamente si spaventò moltissimo. Quando il lupo arrivò ai piedi dell'albero, disse: "Porcellino, sei venuto prima di me! Sono belle le mele?" "Si, si, bellissime!" rispose il porcellino, "te ne lancio giù una." E la mandò così lontano, che mentre il lupo era andato a raccoglierla, ebbe il tempo di scendere di corsa dall'albero e scappò a casa.
Il giorno dopo venne di nuovo il lupo, e disse: "Porcellino, c'è una fiera a Shanklin, oggi pomeriggio, ci andiamo?" "Oh, si, si, io ci vado. Tu a che ora sarai pronto?" "Alle tre." rispose il lupo. Così il porcellino andò alla fiera prima di lui, come le altre volte, e comprò un barile. Si avviò verso casa, quando incontrò il lupo. Allora non sapeva cosa fare, e così, si nascose dentro il barile e lo vece rotolare via veloce con se stesso dentro. Il lupo si spaventò talmente che scappò via senza andare alla fiera. Andò a casa del porcellino e gli raccontò che aveva rischiato di essere travolto da un oggetto rotondo che rotolava veloce per la strada. Allora il porcellino disse: "Ah, allora ti ho spaventato. Oggi sono stato alla fiera prima di te, e ho comprato un barile da latte, e quando ti ho visto, sono saltato dentro e sono rotolato giù per la collina per fuggirti!" Allora il lupo si inferocì con il porcellino, e dichiarò che l'avrebbe divorato. Decise così di calarsi giù dal fumaiolo, e quando il porcellino se ne accorse, mise a bollire un calderone d'acqua; quando l'acqua fu bella bollente, tolse il coperchio, e il lupo ci cadde dentro; allora il porcellino rimise prontamente il coperchio sulla pentola, bollì il lupo, se lo mangiò per cena, e da quel giorno visse a lungo felice e contento.
Questa fiaba è stata tradotta da me dall'inglese. Chiunque desideri questo testo per le proprie pagine web, può prelevarla liberamente, purché ne citi cortesemente la fonte, senza linkare le immagini, e non spacci questa traduzione per opera sua, in segno di rispetto per il mio lavoro. Grazie. Vale76 (http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/jacobs/itreporcellini.htm)